L’addio

Io: un ragno senza tela

abbarbicato alla parete, del monte della vita

che ha smesso di scalare

ma ha già mangiato tutto, lungo la salita.

 

Tu: una ragazza senza forze

ciondolo prezioso, addosso alla mia schiena

appeso a una collana, di braccia attorno al collo

che ha smesso persino di parlare

da quando sento le sue mani

approssimarsi alle mie spalle

in un lento, angosciante, disperato scivolare.

 

Eppure, eri un’amante passionale

vigore per la mente ed il bacino

ma io, non ti ricambiavo

e puntavo in alto il dito

costringendo te a salire

me a seguirti

per mantenere quel vigore, lungo il mio cammino.

 

Eri vento

addosso a un aquilone, dal filo troppo corto

ad un mare, ormeggiato dentro un porto

a una casa, dalle imposte addormentate:

voli bassi, onde lievi ed aria chiusa

per tenere gli occhi fissi, verso quella vetta

mentre il tuo libeccio, lentamente, si faceva brezza.

 

Ormai non hai più fiato

da un momento all’altro, lascerai la presa

graffiando la mia schiena

nel vano tentativo di tenerti, o forse, per vendetta.

 

Il vile coraggio della vita, mi spingerà a restare

attaccato alla parete

e non ad abbracciarti, come l’edera alla quercia

per un precipitare che è preludio

al frantumarsi d’ossa, in uno schianto atroce, sulla terra.

 

Cadrai!

Con la rapidità, del volo di un uccello

a cui uno sparo, recide l’ardita traiettoria.

Cadrai!

Con la solennità, tragica del sole

che cala e s’inabissa, dentro l’orizzonte.

Cadrai!

Col domestico fragore, di una coppa di cristallo

colma di vino, rubino ed inebriante

che è stata data in dono, dalla logica di Dio

a due mani costrette a consegnarla

a un’assurda diaspora di suoni, schizzi, schegge

per farla cadere nell’oblio.

Perché sei tu, quella coppa di cristallo?

Perché quel vino, rubino ed inebriante

è il vero, caldo… zuccherino sangue mio?!

 

Resterò senza di te!

Attaccato alla parete

come foglia secca, all’albero d’autunno.

Starò qui!

Mente orbata d’emozione

seno che, non ha più latte

pene senza sangue.

Starò qui!

Ad offrire smorfie, per sorriso

a tutti voi, foglie del mio ramo

perciò lo grido adesso

finché l’amore in me, ancora non è domo

finché la voce inciampa, ancora nel mio pianto…

lo grido adesso che vi a…

 

Ti chiedo solamente, un’ultima fatica:

sfrutta ogni fibra delle braccia

ed issa il tuo bel viso, sino alla mia faccia

come s’issa una bandiera, in cima all’asta

in un forte a cui è data un’altra alba

per gridare a chi lo cinge, di un ingiusto assedio

che ha ancora i suoi soldati

e ancora non s’è arreso;

poi, baciala di nuovo, questa bocca secca

ché io possa assaporare un’altra volta

un sorso di quel vino, dal bordo delle labbra

dagli occhi disperati, speranza senza senso

il vento del respiro, dall’affannato petto.

 

Sono il tuo aquilone

e adesso il filo è lungo

il mare in cui soffiavi

stavolta è fermo a largo

la casa addormentata

ha aperto le finestre:

ancora un volo basso, onde lievi ed aria chiusa

ché ormai del tuo libeccio, rimane solo brezza

ma senza più portare, guinzaglio e museruola

senza gli occhi fissi, verso quella vetta.

 

Un bacio, e dopo addio!

A me, vecchio neonato

roccia verticale, a far da culla

per addormentarsi, senza dondolio

ma col terrore, di tornare al nulla…

a te, l’orrore d’ascoltare

gridato dentro un grido, preludio al tonfo infame

il nome tuo prolisso, solo per mentire

su una vita passata tanto in fretta

che il suo morire è schiaffo, dopo una carezza…

sarò io ad urlare

sepolto e ancora vivo:

“Non lasciarmi…

ti prego…

Giovinezza… Giovinezza… Giovinezza!”.

 

Vedo ormai da solo

schifato dalla gente

un ragno crocifisso senza scopo

che annega nel rimpianto

del mare tenebroso della sera

e prega per un sogno

sognando una preghiera:

“Uomo dei dolori, dalla barba bipartita

scendi giù dal cielo

e in queste sacre falde, affonda le tue dita

poi solleva la montagna

e adagiala su un fianco

perché sia sulla terra, non in alto

a svettare la sua cima:

allora come un bimbo, su uno scivolo gigante

potrò ricominciare la mia ascesa

ed andrò più veloce ad ogni istante

ché finalmente, si salirà in discesa!”.

 

In piedi e a braccia aperte

diventerò, uno sciatore esperto, senza le racchette

e presso quella cima, in un attimo infinito

infinita ti vedrò;

risorta dalla terra

a mutare il tuo tramonto in un’aurora

tu m’aspetterai

di splendore sorridente

in piedi… e a braccia aperte:

sarò un orfano bambino

che corre verso la sua mamma

un uccello che ritrova, il suo nido e le sue ali

in sempiterno, ti riabbraccerò

e sarà un abbraccio… senza eguali!

 

Io e te, una cosa sola

non più aggrappati alla montagna

libere le gambe, libere le braccia

così che ad ogni uomo, offrirò la mano

ad ogni donna, il giro di una danza

a lei, non più soltanto in sogno

la mente, l’anima ed il corpo…

ai miei bambini, un girotondo riscattato

da quella fine orrenda:

“tutti giù… per terra”.

 

Amen… amen… amen!

Informazioni su feliceconti

Sono un essere umano (credo che questa, per quanto scontata, sia la cosa che più d'ogni altra, meriti menzione), ed anche se laureato in biologia, sono appassionato di poesia da sempre (ho cominciato a comporre fin da bambino). Ho partecipato a vari concorsi, ed a titolo d'esempio posso citare: Fonopoli parole in movimento, Il Club degli autori, Anguillara Sabazia città d'arte, Il giro d'Italia delle poesie in cornice (XII posto nell'edizione 2003). Oltre a pubblicare me stesso, nella vita di tutti i giorni, ho ottenuto la pubblicazione di mie opere, nelle antologie dei concorsi ai quali ho partecipato, ed in altre raccolte, quali l'Antologia del ricordo, curata dall'Associazione Culturale Pragmata. Ben lungi dal volermi dare delle arie (d'altronde, i piazzamenti nei concorsi, e penserà qualcuno, la "semplicità" delle poesie, non mi spingono a farlo), ho scritto queste "stanche" righe, solo per aiutarvi a prendermi un po' sul serio. Non compongo sempre per un impulso irrefrenabile, a volte piuttosto mi comporto da pittore, col foglio per tela, e la penna per pennello, e ritraggo un paesaggio, ma del mio mondo interiore; mi capita anche, lo confesso, d'aggiungervi qualcosa: l'anelito della cima di un monte, l'allegria di un ruscello, la calma di un albero, ed il bello è che spesso, dopo qualche tempo, finisco col trovarli davvero, nella mia anima. Scrivo della parte migliore di me, costruendo spero, per chi ha la pazienza di leggermi, non un muro d'incomprensione, ma una galleria, nella quale addentrarsi mano a mano, osservando gli squarci da cui filtra il sole, e quel barlume di speranza, laggiù in fondo, quindi se volete, leggete le poesie prima di getto, come a pescare con una rete a maglie larghe, e poi via via con più attenzione, passando a reti dalle maglie più sottili. 'Salite e discese', è il titolo che ho dato a questo spazio, e credo si spieghi un po' da solo: si riferisce alla vita d'ogni uomo, quando crede di salire, ed invece perde quota, o quando accade il suo contrario, alla vita d'ogni uomo, quando cammina a marcia indietro, guardando la discesa, perché sente che così fatica meno, o guardando la salita, perché crede d'essere in ascesa; si riferisce al fatto, che tutti cerchiamo una maniera, di salire scendendo, tutti cerchiamo qualcosa, che della parabola della nostra vita, sappia mutare in positivo... il segno! Un avvertimento sul modo di leggere le mie poesie: al termine di un verso, fate una pausa, anche se non c'è punteggiatura. Bene, per vostra fortuna ho finito la mia introduzione, quindi, grazie per la pazienza d'essere arrivati fino in fondo, anzi... grazie d'esistere!
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