Il guardiano del faro

Cos’altro c’è, cos’altro c’è, che giunge?

Ha già attraccato in porto, la famiglia.

Forse una sirena

o una nave da crociera

o la mappa d’un tesoro, dentro una bottiglia?

E’ giunta una sirena, ma subito è fuggita

lasciando l’ammirassi, da lontano

perché è felice, libera nel mare

e nel porto mio, no, non ci può stare!

 

Cos’altro c’è, cos’altro c’è, che giunge?

Di notte, tengo accesa la mia luce

ma come mani vuote, arrivano le onde

e solo quelle, il mare mi conduce;

di giorno, scruto l’orizzonte

un filo teso, che senza panni, resta:

linea taciturna, per lo sguardo

e senza dargli… retta!

 

Ormai, nulla d’eccitante, mi raggiunge

così che le mie mani,

sempre un po’ di più, a pugno nelle tasche

sempre un po’ di meno, le ritrovo giunte.

 

Presto, chi della famiglia

fu fine, non principio

e lo fu per primo

sarà per la famiglia, principio della fine:

forte quanto basta, per levare l’ancora

ne comincerà, salpando, la diaspora.

Presto l’orizzonte, come adesso, muto

incerto mi vedrà, quando cammino

poi triste, star seduto.

Presto, la tempesta arriverà

e spegnerà, la luce della notte

ché in pugni chiusi, muterà le onde

e sfalderà il mio faro

ché allora parlerà, gridando a squarciagola

l’orizzonte

dirà a uno sguardo, già finito:

“Eccola che viene…

la barca di Caronte!”.

 

Potessi in tempo, lasciare questo mare!

Realizzare il sogno, di quand’ero ragazzino

e farmi pastore, da guardiano

brillando a intermittenza, in ogni direzione

con la luce del mio faro;

piantarlo con l’estate, su di un monte

che come un’onda immota

e una mano enorme

del mio stesso amore, già ricolma

fosse presente

e in arrivo

in una sola volta:

null’altro aspetterei, mentre chi mi ama

userebbe il faro, a mo’ di scala

ascendendo senza faticare

perché su quella cima

la terra e l’altro Cielo, sarebbere due sponde

e il faro, eterno corpo mio…

financo, un largo ponte…

 

…ma presto, la tempesta arriverà

e spegnerà, la luce della notte

ché in pugni chiusi, muterà le onde

e sfalderà il mio faro

ché allora parlerà, gridando a squarciagola

l’orizzonte

dirà a uno sguardo, già finito:

“Eccola che viene…

la barca di Caronte!”.

 

 

E poi?

Chissà se noi…

Informazioni su feliceconti

Sono un essere umano (credo che questa, per quanto scontata, sia la cosa che più d'ogni altra, meriti menzione), ed anche se laureato in biologia, sono appassionato di poesia da sempre (ho cominciato a comporre fin da bambino). Ho partecipato a vari concorsi, ed a titolo d'esempio posso citare: Fonopoli parole in movimento, Il Club degli autori, Anguillara Sabazia città d'arte, Il giro d'Italia delle poesie in cornice (XII posto nell'edizione 2003). Oltre a pubblicare me stesso, nella vita di tutti i giorni, ho ottenuto la pubblicazione di mie opere, nelle antologie dei concorsi ai quali ho partecipato, ed in altre raccolte, quali l'Antologia del ricordo, curata dall'Associazione Culturale Pragmata. Ben lungi dal volermi dare delle arie (d'altronde, i piazzamenti nei concorsi, e penserà qualcuno, la "semplicità" delle poesie, non mi spingono a farlo), ho scritto queste "stanche" righe, solo per aiutarvi a prendermi un po' sul serio. Non compongo sempre per un impulso irrefrenabile, a volte piuttosto mi comporto da pittore, col foglio per tela, e la penna per pennello, e ritraggo un paesaggio, ma del mio mondo interiore; mi capita anche, lo confesso, d'aggiungervi qualcosa: l'anelito della cima di un monte, l'allegria di un ruscello, la calma di un albero, ed il bello è che spesso, dopo qualche tempo, finisco col trovarli davvero, nella mia anima. Scrivo della parte migliore di me, costruendo spero, per chi ha la pazienza di leggermi, non un muro d'incomprensione, ma una galleria, nella quale addentrarsi mano a mano, osservando gli squarci da cui filtra il sole, e quel barlume di speranza, laggiù in fondo, quindi se volete, leggete le poesie prima di getto, come a pescare con una rete a maglie larghe, e poi via via con più attenzione, passando a reti dalle maglie più sottili. 'Salite e discese', è il titolo che ho dato a questo spazio, e credo si spieghi un po' da solo: si riferisce alla vita d'ogni uomo, quando crede di salire, ed invece perde quota, o quando accade il suo contrario, alla vita d'ogni uomo, quando cammina a marcia indietro, guardando la discesa, perché sente che così fatica meno, o guardando la salita, perché crede d'essere in ascesa; si riferisce al fatto, che tutti cerchiamo una maniera, di salire scendendo, tutti cerchiamo qualcosa, che della parabola della nostra vita, sappia mutare in positivo... il segno! Un avvertimento sul modo di leggere le mie poesie: al termine di un verso, fate una pausa, anche se non c'è punteggiatura. Bene, per vostra fortuna ho finito la mia introduzione, quindi, grazie per la pazienza d'essere arrivati fino in fondo, anzi... grazie d'esistere!
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