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Ciao pa’
Ciao pa’
Da bimbo ero convinto
che tu fossi invincibile
da bimbo ero convinto
che tu lo conoscessi, tutto il conoscibile
però, un giorno non hai vinto
un altro al mio millesimo quesito
lasciandomi di nuovo
ma ancora più basito
m’hai risposto stufo, dopo aver pensato appena un po’:
“No
questo non lo so!”.
Nel primo non volendo m’hai ferito
nell’altro la ferita, cosparsa non sapendo l’hai di sale
perché timore ho avuto per davvero
che tu non fossi affatto eccezionale.
No che non sei stato eccezionale
bensì soltanto un uomo
sì, un uomo come tanti bene o male:
giocavi assieme a me
però non così spesso
parlavi assieme a me
però giammai di ciò che avevi dentro
vivevi anche per me
però più per te stesso
così sentii ben presto
quando mi stringevi forte al petto
un cuore che batteva, d’un battito non più tanto perfetto
un battito dapprima gigantesco
quando tu eri un uomo ed io un bambino
ma poi rimpicciolito a poco a poco
ché tosto s’è invertito per te il tempo
mutandoti in un bimbo, vecchio
davanti a me da un po’ mutato in uomo.
No che non sei stato eccezionale
però, quando la vecchiaia, t’ha fatto tanto male
umile hai accettato, tu che prima mi prendevi in braccio
di stare in braccio a me… cesta d’una cesta resa straccio.
No che non sei stato eccezionale
ma quando la vecchiaia, t’ha invaso corpo e mente
di quello ch’eri prima, lasciandoti spietata quasi niente
con me e con mia sorella, per quanto tu soffrissi veramente
non hai levato che mezzo lamento
finché non t’è finito
il tempo
finché del tuo respiro
non s’è fermato il vento
ché un padre quand’è padre resta padre
anche fino all’ultimo momento
e un padre quand’è padre resta padre
per quant’ormai s’è spento
sì, un padre quand’è padre resta padre…
beffando spazio e tempo!
No che non sei stato eccezionale
però, è te che come padre sceglierei, potendo
e non solo una volta
ma una, dieci, cento…
non solo perché, sei stato un po’ tutore
così, ch’io crescessi dritto
anche se soffiava forte il vento
né certo perché
sei stato cacciavite, trapano, martello
rendendo
il nuovo nido mio ancora più bello.
Babbo!
Ed ecco che rispondermi ti vedo
ecco che rispondermi ti sento
con dei cortometraggi di ricordi
ma anche perché vivo coi miei figli
lo stesso tuo paterno sentimento.
A volte, ti colgo in qualche frase, gesto o atteggiamento
sentendomi o guardandomi da dentro
come in uno specchio
e un poco mi spavento
se ciò in cui ti somiglio, l’hai tirato fuori dal cilindro
quand’ormai eri vecchio.
Non so se sei là fuori, nel cielo o chi lo sa, nel vento
però mi vivi dentro
nel corpo e nella mente ed è per questo
che certo non sei spento.
In me c’è pure il giovane tuo petto
quel battito quand’era gigantesco
quel battito perfetto
eco del divino…
di quando tu eri un uomo ed io un bambino!
Mi rammento a te così vicino
davanti un obiettivo
dietro, il poster d’una tigre
e tra le braccia un gatto.
Ora come allora, ti voglio tanto bene, babbo:
ecco, perché per padre è te che rivorrei
del mio volerti come un tempo vivo…
eccolo il motivo!
Perché non ti riavvolgi, nastro?
Allora questa vita dissonante
avara in quanto a rime e ad assonanze
per rivalsa in questa mia poesia, invece così tante
mi concederebbe, un’altra grande rima:
che tu ritorni qui…
tale e quale a prima, prima… prima!
Lo so che non c’è verso.
C’è soltanto un modo per far centro:
sperare che tu sia da qualche parte
però tenerti in vita con l’amore… dentro!
La gioia
La gioia
A volte, m’immagino aggirarmi attorno a lei
a mo’ d’una leonessa
attorno a una gazzella
furtivo, perché non mi sorprenda
e poi fugga lontano, lesta.
Invero, è ferma oltre una soglia
negata da una porta che va aperta
e devo farlo io
perché se busso e basta, è chiusa e chiusa ancora, resta.
Ecco la sua toppa
però non ho la chiave
per tale serratura
e questa è l’inumana fregatura:
poter solo guardare
semmai t’accosti al buco, grazie alla bravura e alla fortuna
guardare, di voli dei frammenti
per giunta unicamente con un occhio.
Talvolta anche se menti
d’aver la chiave in tasca, affermi
ma sei solo un pinocchio
e quando, la porta resta chiusa
tu devi escogitare un’altra scusa
o gli altri, cercare un’altra guida
che sia il loro messia o la loro musa.
Ci resta, la speme disperata
che s’apra prima o poi cotanta porta:
quando, l’umana vita è morta.
L’ho avuta qualche chiave
una addirittura, è entrata nella toppa
ma non c’è stato verso di girarla
per quanto abbia tentato e ritentato:
la chiave per l’attrito ancora scotta.
Per me
di tempo n’è rimasto ormai pochino:
peccato…
perché
essendo fortunato
guardando tanto al bello quanto al buono…
ci sono andato proprio assai vicino!
Son stato con la gioia porta a porta
così, non solo una volta
quei voli l’ho scrutati
non solo una volta
son giunto ad ascoltare cinguettii
non solo una volta
ma una, dieci, cento… e no non è finita:
potrei pure arrivare a millemila!
Perciò, sapete che vi dico?
E no non me l’invento:
non è la gioia piena, certo
però pure così sono contento.
Adesso a tanta porta chi lo dice
che non solo di nome, posso dire d’essere Felice?
In fondo, applico quel detto popolare
il quale
afferma senza frode
che chi si contenta, gode:
certo non è facile da usare
solo se sei accanto a detta porta, vale
però…
eccola la chiave!
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Fiumi di rughe
Fiumi di rughe
Che son queste rughe?
Letti scavati, perché sentimenti e emozioni
mi rigano il viso, a guisa di mille ed un fiume.
Son anche d'amore toccate
di noia o paura poi fughe
su strade
aperte e richiuse
giacché gli occhi miei sono scuri
per quanto, ne han presa di luce.
Che ciascun raggio, ne esca da goccia
formando così un pianto buono, di lacrime a pioggia
che riapra le strade
per altre toccate
e il fiume, non cambi mai verso al suo corso
non imiti mai quel sorriso
issato sul volto
e dopo ammainato, un muro innalzando sul viso
piuttosto
sia come un mulo, che certo è bastardo
codardo
ma luce ha per soma sul dorso
allora incurante del ciglio, testardo
avanza comunque, stavolta mostrando
coraggio e entusiasmo!
Nascano pure altri letti
di fiumi
torrenti
ruscelli
scavati da buone emozioni
scavati da bei sentimenti:
nuovi sentieri
sui quali fluisca l'amore
in dono elargitomi ieri.
Dedalo sia tosto il volto
tela di ragno, in cui ciascun filo
del viso sia un solco.
Vi brilli ogni giorno rugiada
condensa d’Umani pensieri
così che i miei occhi, guardando allo specchio
un uomo ormai vecchio
ne siano a ragione un po' fieri.
Che questo, non resti più un sogno
s’avveri del tutto od in parte
per sempre o un istante
perché ne ho bisogno.
Semmai cosicché gli occhi miei, non restino a secco
figli, e donne dai mille incarnati
donatemi a volte un abbraccio:
luce al mio sguardo.
Come quel mulo testardo
coraggio!
I segni sul volto, saranno un arcano linguaggio
ma è certo che un occhio più attento
a mo' di puntina, nei solchi d'un disco
seppur producendo rumore
stridendo
ché sempre farò qualche errore
potrà riprodurre... un'altra canzone d'amore!
Di lettere unite in poesia
di note abbracciate, a creare la sua melodia
senza colore
né religione
né com’è ovvio, bandiera
perché, signori e signore…
l’amore è l’amore!
Così giunga pure, la sera.
Così giunga pure, la sera
ché io v’avrò dato il buongiorno
e voi mi direte, con voci soltanto un po’ rotte:
“Fratello e marito
padre ed amico…
a te buonanotte”.
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Il tuffo d’un acquario
Il tuffo d’un acquario
Volavo facilmente, un tempo
m’alzavo in un momento:
adesso, le piume son bagnate
le penne logorate.
Per ora m’alzo ancora, certo
però, mi serve prima il sole
e poi mi serve il vento
ma non vorrò mai stare sotto al suolo
finché standone sopra… potrò levarmi in volo.
Finché
sebbene perderò pezzo per pezzo
potrò librarmi in aria
fin quando
copiose tanto più passa il mio tempo
di lacrime di gioia
lo sguardo allagherò volando in alto
volete che lo voglia?
Pensate per davvero, ch’io voglia che muoia?!
Su, fintanto che volteggia
per quanto gialla e secca
e non è a terra morta…
chiedetelo a una foglia!
Io, volteggio pure meglio:
son tutto penne e piume!
Che importa se a volare, m’aiuta a mo’ di corda prima il sole
e poi, il vento a mo’ di fune?
Ancora innamorato m’emoziono…
allora, il cielo torna mare, e volo
sfuggendo alle sfortune:
è il tuffo d’un acquario
che giunge all’estuario…
fiume!
Ancora penne e piume
ancora corda e fune…
ancora mare e fiume!
Giammai bloccato a terra, soltanto per attendere ch’io muoia
ma in cielo viceversa…
in cielo per predare un po’ di gioia!
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Il dono
Il dono
La vita prende vita sulla morte.
Chi muore, compie il suo destino:
fa spazio, lascia corpo e mente
così che possa averli un dì un bambino.
C’è dato, farlo in due maniere:
per forza e con rancore
oppure…
per forza e per amore!
Io
se mai ne avrò le forze
quando all’Acheronte
non so cosa di me
Caronte porterà all’opposta sponda
quello che c’è c’è…
la prima scarterò per la seconda!
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L’emersione
L’emersione
Il tempo, ci mette alla gogna
la morte ci morde, c'ingoia, infine c'evacua!
Così, anima e corpo... finiscono in fogna!
"Adesso fa silenzio, ch'io parlo sottovoce
dell'acqua nella fogna, che per strade ignote
giunge in ogni caso fino al mare:
lì, il sole la riscalda, allora evaporando
lascia a terra il male.
Senti?
In Cielo salmodiando
beato per la Pasqua un altro santo
sale, sale, sale".
Se solo fosse vero...
Ma sì, può darsi che sia vero per davvero!
Non grazie alla fede
e neanche per la sete.
Sì, chissà che non sia vera
non la prima strofa solamente
bensì questa poesia... presa tutt'intera!
Il vecchio e la fanciulla
Il vecchio e la fanciulla
Ti guardo ragazza, alta, esile e bionda
non so se italiana, russa o ucraina
però cos'importa?
La faccia un po' triste e un po' smunta
la chioma fluente, raccolta a formare una treccia
che forma una coda, che ondeggia.
Cammini, avanti ed indietro
buttando per altri immondizia.
Sei grano dorato:
la spiga di chicchi ricolma
lo stelo compagno di danza, nel vento inquinato.
Sei pane, sei vita, sei onda
e sei così bella:
per suolo, altro che asfalto
avere dovresti, fertile terra!
Per luce, non un lampione
ma il bacio orgoglioso del sole!
Dal vento, ben altra cura:
carezze dell’aria più pura!
Ti guardo, e in sogno ti amo
perché in altri luoghi non posso:
là in un bel campo di grano
non è un paradosso
vedere una spiga dorata, felice
accanto a un gentile...
papavero rosso!
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La ruota della vita
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Bolle di pioggia
Bolle di pioggia
Bolle di sapone
fuggite verso il cielo e poi scoppiate:
nient'altro che un rimpianto, quasi un'illusione.
Bolle di sapone:
un uomo od una fede o una passione.
Bolle di sapone:
una e dopo mille e poi un milione.
Bolle di sapone
scoppiate o in ascensione
sogno, che il cielo muti in mare
e voi nelle sue onde
per merito d'un Dio, fattosi sua sponda verticale.
Adesso sogna tu, pensando ad una bolla:
è l'onda
che per tale spiaggia
in corsa
raggiuntala s'infrange
s'arresta un solo istante
e inverte la sua marcia.
Guarda
poi la stessa cosa accade a un'altra, a un'altra e ancora a un'altra...
Bolle di sapone
un uomo od una fede o una passione
un padre o Gesù Cristo od il mio amore
vi vedo ritornare
da quella buona spiaggia
vi vedo ritornare da quel mare
a quest'opposta costa
non bolle
ma acqua sacrosanta
non bolle
ma acqua sempiterna
non bolle
ma vita come prima…
viva
che scende come pioggia, mentre sbalordito rido e grido…
evviva.
Eccole le gocce
essenza delle bolle...
in quanto un Dio lo volle!
Ed eccoci lavati
mondati dal rimpianto e dal dolore e dall'angoscia
eccoci bagnati...
madidi di gioia!
Non so quanta ne hai tu
però, io di questa pioggia…
Dio quanto ne ho voglia…
Dio quanto ne ho voglia…
Dio quanto ne ho voglia!
Su bramata pioggia…
scroscia… scroscia… scroscia!
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