Ogni mattina, pur se già stanchi palpebre ed ali riaprire, ancora pesanti così da allargare, il cerchio del proprio orizzonte così da guardare se stessi però, anche ben oltre e giunti un po' in alto a guisa d'un faro a turno far luce a ciascuno, vicino o lontano girando e girando ma piano. Cogliere tosto, nel cerchio del proprio orizzonte lo stesso occhieggiare di faro specchio a riflettere specchio a dire a sua volta, pur senza emettere un fiato: "Anch'io un poco t'amo". Coglierne un altro e poi un altro, perciò a mano a mano farsi più fieri e leggeri sentire che è là il proprio posto in aria, e in aria restare volando alfine però senza sforzo. Di candidi fiori di fari anche se durano un giorno fare raccolta poi il giorno dopo rialzatisi in volo raccoglierne ancora una volta...
Non è, di fiaba una sorta non sia un'occasione non colta invece sia e basta, così da non essere un dì... nient'altro che un "c'era una volta".
Cos'è, che conta per davvero? Il nome, i titoli e i successi? Scusate ma non credo. Vi dico quello che secondo me, ho io di più prezioso. Lo tengo stretto in mano, e quando c'è bisogno mostro il palmo, sapendo che lo metto a repentaglio. Non è l'essere un uomo, bensì un essere umano. Grazie, se questo leggerete di me stesso, però per afferrarne meglio il senso, fermatevi un istante, là dove finisce ciascun verso. La vostra ricompensa? Magari un’emozione, vedere invece che "un pezzo di carta", l’insolito frammento d’uno specchio, piuttosto che dei versi, un po’ di voi riflesso. La mia? Magari, scrivendo come sono, d’essere riuscito a farvi un dono. Un’ultima avvertenza: leggete pure come più v’aggrada, però, sappiate che l’accento, cadrebbe ad intervalli regolari, così che i versi siano musicali.