A mille ce n’è, di Vittorio Paltrinieri – prima parte
The Vojage – Secret Garden
C'era una volta, anzi c'è ora anche perché ci sia ancora d'un verde giardino, un angolo strano fatato per fare un regalo a tutta l'infanzia passata, presente e futura così, questa sia un po’ più felice ed abbia un po’ meno paura. Creature ordinarie e fiabesche, sembrano immote in tale minuta radura però, la mia fantasia sa che non sono scultura.
C'è Sassomatto che ha per vicino, chi sembra più l'uno dell'altro nomato perciò Mattosasso: sono due sassi ma non veri matti piuttosto dei saggi dato che sono felici perché, fervidi amici.
Timido invece è un coniglio tale di nome e di fatto. Ci guarda però di soppiatto e questo, assieme al suo impaccio ci dona la voglia, di dargli un abbraccio così, c’insegna che a volte un difetto benché cosiddetto può assumere un ben altro aspetto.
C’è inoltre un riccio: è Ricciarello buonissimo come quei dolci, di cui porta il nome e poi proprio grazie alle spine, più bello.
Qui, Lì ed anche Là, abbiamo tre funghi che hanno, per nome proprio questi tre avverbi di luogo. I punti sul loro cappello, assieme al bonario sorriso c’insegnano che spesso è buono anche chi sembra, cattivo.
Che dire dell'albero grande con bacche di pepe rossastre? Pepalbero è il nome quindi su questo, non serve ci sia spiegazione. Nell'angolo gli altri sovrasta, e il suo ligneo viso accenna un sorriso. È un sempreverde con braccia di rami allargate, a formare un cappello in modo che il sole, sia anche d'estate un fratello e un dono la pioggia, d’estate e d’inverno non certo un flagello.
E fata Ortolina? Oltre a far crescere bene, qualsiasi verdura come ogni fata, compie ben altre magie. Qual è la più grande? Sentire cattive notizie... e farne bugie!
C'è poi Nocciolino, scoiattolo ghiotto che adora mangiare nocciole di notte e di giorno. Possiamo portargliele o meno ma non mancherà, di farci un favore donandoci un po’ d’allegria e non è una magia bensì… una forma d'amore!
Ecco, Amaco e Pendolo: insegnano l'uno, che è un vero saggio chi assegna il riposo alla meta però pure al viaggio l'altro, che sei più bello se di sorrisi fai omaggio e poi, così molti mutano in specchio d'un tuo inverso arco, di luce riflettono il raggio.
C'è anche Rubina, la volpe chiamata così perché fulva e pure preziosa, sì in quanto ruba ma lacrime e basta, dato che a modo suo è furba infatti, per tali furti sorride di fare una gran bella cosa… felice.
Infine ci sono tre frecce incoccate su un arco che è retto perché a dire il vero è un paletto ognuna, a mo' di cartello: di posti sognati, additano il nome e sia direzione che verso... sarà per rispetto? Rispetto per chi ha raccontato, d’un posto diverso? Perché seguitarle benché immaginando soltanto, sarebbe uno sbaglio: se c'è fantasia, non muoversi è meglio ché il centro sta qui del bersaglio. È il buono ed il bello…. c'è altro? Possiamo centrarli, sognando!
E poi fantasia rendici tutti presenti rendi anche noi buoni e belli: principi o fate, altro che streghe o briganti altro che nani… giganti! Fa in modo ci sembri che ora, qui e tutti quanti viviamo felici e contenti: la vita per noi è meno buia nel caso almeno in un mondo fatato... possiamo gridare alleluia! Alleluia! Alleluia!
A mille ce n’è, di Vittorio Paltrinieri – seconda parte
L'ho presa un'altra volta, il quindici di giugno ma tosto m'è sfuggita. Ecco quel che mi rimane: un lembo del suo manto tra le dita ed io lo tengo stretto insieme con la speme che tra un anno di lei ricinga i fianchi, in una danza avita felice sul sentiero d'una gita.
Là, dove è stata fatta una frittata eccomi per renderla di nuovo ciò che era in passato uovo… per poi farne un gabbiano.
Là, dove un fiore ha perso la corolla in petali caduta giù per terra eccomi per farne ancora un dono per farne una farfalla, che a baciarlo s’alzi e torni in volo.
Là, dove c'è un tramonto del sole sarò io a invertire il moto perché sull'orizzonte, dell'alba appaia il volto.
Là, dove esiste un pugno, o c'è una porta chiusa ho io la chiave giusta, per la serratura.
Posso dare un porto a ogni barcone ad ogni sogno a terra un aquilone.
Sarò, atollo in mare aperto ma acqua nel deserto nell'afa vento fresco nel freddo invece caldo sentimento.
Come un motorino d'avviamento senza si presenti l'occasione d'ogni cuore spento posso stando in moto ma da fermo permettere di nuovo l'accensione.
Fin dentro ai vostri occhi, le lacrime saprò far risalire come un buon pastore riporta le sue pecore all'ovile perché tocca alla gioia, riaprirne ora il cancello così che per la gioia, possano riuscire e con la gioia io creerò un presente... che sarà per sempre anche avvenire!
Di ciascuna guerra, farò una primavera: nessuno, verrà più fatto fuori niente munizioni per le armi, solo fiori! E prati a mo' di cieli verdi e lucciole di notte a mo' di stelle e monti, e mari e fiumi, e laghi e tutte le altre cose buone e belle di cui, giammai sarete paghi sempre grazie a me, non certo ad altri "maghi"!
In un caleidoscopio, di razze mani strette e di colori di storie e nuovi amori tra abbracci di sorrisi di voi farò ragazzi, saggi come sono alcuni anziani però... col cuore da bambini!
Molto più potente, di Gandalf di Silente e di Merlino anche tutti assieme io mago guerriero sarò come un Dio buono sarò come un Dio vero battendo questa malasorte solo con un gesto delle dita battendo tutta questa morte… solo con la vita, vita... vita!
Ma certo so bene ch’io non posso: non sono mica matto. Tu invece l’esistenza da sfida puoi mutare in una gita? Farla tanto eterna quanto immensa? Allora cos’aspetti… Signore dalla barba bipartita?! Io, ancora un po’ ci spero: Tu, risorgi ma stavolta per davvero!?
Se fossero entrambe presenti a mo' di due facce distinte sopra la stessa medaglia per sceglierne una piuttosto che l'altra a me basterebbe un istante: quanto ci mette, tra due paia d'occhi a capire qual è quello amato, l'amante? È meglio strisciare, perché anche così si va avanti oppure alienarsi dal suolo librandosi placidi in volo? Il cielo od il mondo? Un lume od il giorno? Il sole o la luna?
Ha la speranza per sottinsieme la fede se spesso può dirsi dell'una quello che vale per l'altra e non solo la speme per dea ha la fortuna anch'essa in fondo sul bene è scommessa... voi scegliereste, Cristo o la messa? Sta il certo alla fede così come l'acqua alla sete c'è la certezza o la speme e se la seconda, non è più d'un seme la prima è la pianta: ci fossero entrambe non guarderei alla speranza se non un istante sarei a forza anch'io un gioielliere, dallo zircone passando a guardare al diamante! Però, perché sia splendente mostrando la propria bellezza, pure alla gente lo porterei tosto al sole...
Volete pietà? Non è molto meglio l'amore?! Io voglio l'ebbrezza del bello e del buono, senza scadenza d'avere assoluta certezza! Perché la speranza non è che una stanza mentre è la certezza ad essere mare, pianura, collina e montagna ad essere tutta la terra ad essere, senza più un velo... in fondo anche il Cielo! Un cielo senza più gelo senza più il nero... un cielo ma vero! Sì, il Cielo financo... davvero.
Vorrei essere il mare perché non si stanca, con schiaffo e carezza di tentar d'agguantare la terra... la terra promessa! Benché, proprio non ce la faccia scivolando ogni volta all'indietro ma avendola almeno sfiorata, la spiaggia.
Vorrei essere il mare e lasciar quella sabbia cantando felice d'averla sfiorata d'averle donato, un messaggio in bottiglia ogni tanto: ciascuno riporta un pensiero che è nato od ha fatto naufragio, sul mio solo atollo di grigio corallo però non a guisa d'anello né di quel ferro col quale si calza un cavallo. Pensiero in bottiglia, grazie a me stesso. Pensiero ormai salvo ché c'è nella terra promessa, tutto quanto lo spazio eppure, lì il tempo non entra: lì si fa senza. Pensiero ora mio, a volte d'un altro. Pensiero d'amore di cui a propria volta è messaggio. Di tale terra, lo legga il Signore oda quel canto e di quanto ci sembra più saggio ci faccia approdare pietoso d'un mare che amore ha donato in bottiglia e il proprio cantare lasciato in più d'una conchiglia. Pietoso, del suo martellante aggrapparsi a quelle magnifiche sponde bussando sfiorando portando e poi scivolando... con mani di onde... di onde... di onde...
Che poi, anche questa poesia su un foglio di carta e memoria, trascritta a cosa somiglia? A un nuovo messaggio d'amore, racchiuso in bottiglia! Ed io, che non sono il mare l'affido ad un pelago altro, perché digitale. Sì, non ho mani d'onda ma credo che tale affidare sia a propria volta... donare all'amore una sponda: è internet mare però pure spiaggia, per questo il mio amore l'inonda poi, a darti un abbraccio, con versi in bottiglia... da internet ecco che esonda!
Più il tempo passa più non mi basta più non mi basta stare in un tempo soltanto stare in un unico spazio un'unica ora, minuto e secondo istante nel quale non è che una sola alla volta, la mia latitudine una alla volta, la mia longitudine una alla volta, la tua solitudine: tre coordinate, per rintracciare persone partendo da quelle più sole. Quello che voglio è esserci ora ed allora essere qui ma anche altrove di notte e col sole per prendermi e dare più amore e via, via, via... questo e quell'altro dolore!
Più il tempo passa e più stringe a mo' d'un serpente silente che tra le spire m'avvince. Quello che voglio è esserci ora ed allora essere qui ma anche altrove non trascendente bensì, più volte immanente né onnipotente bensì, un po' meno impotente essere un po' meno io e un poco più Dio passaggio tra vasi, che sono persone perché sia allo stesso livello, in loro il colore quel Robin Hood che prende a chi ha tanto, e dona a chi ha poco, calore: via, via, via... questo e quell'altro dolore! Più spazio e più tempo all'amore che lui, in tutti sia sole non luna né lume ruscello o torrente... ma fiume!
Nel cielo a volare le ali per terra a strappare le mani nel fiume a fluire le piume ed ecco un frullio che s'aggiunge... ad angeli umani!
Basta con la croce: voglio un aquilone in cui la croce c'è ma a fargli da tutore voglio un aquilone simbolo d'un'altra religione.
Basta con l'inverno col gelo che da vecchi, dovremmo sopportare temendo la fornace dell'inferno.
Come fece il padre, col prodigo figliolo così voglio da Dio un vero perdono senza che ciascuno, con la sofferenza pareggi le sue colpe in purgatorio senza l'invenzione d'uno sconto da ottenere solo, comprando un'indulgenza: ci venga perdonato fino in fondo “settanta volte sette” ci venga perdonato, senza...
Voglio che l'amore non abbia nessun freno, di razza oppure censo d'età oppure di sesso, partito o religione se non quello d'un bene che giunga in qualche modo anche a chi dona, non solo a chi riceve e tosto, giammai una vita dopo così chi dà non smetta perché vuoto.
Voglio un Dio d'amare senza tante regole e gabelle senza, pretese disumane: "lieve è il peso mio io vi ristorerò, oppressi e affaticati" ma tale è la zavorra per volare da lasciarci a terra tali e quali solo più pesanti e sempre senza ali.
Voglio, un Dio con cui parlare non da corteggiare con preghiere lunghe ripetute e complicate: chi ce l'ha detto è Lui, che tante parole sono vane. Voglio, un Dio che ci risponda in modo chiaro non talmente oscuro da farci sospettare ben altro che sia muto.
Non voglio essere libero a tal punto, d'avere o meno fede ché solo manifesto, Dio placare può la nostra sete.
Ma per volere tanto, chi sono in fondo io? Nessuno a parte un uomo, che brama in quanto l'ama un tale Dio un Dio con una Mamma che non piange! Ecco, suo figlio non è morto è nato già risorto e il male ha cancellato dalla terra così che non si muore più da bimbi, in un'assurda guerra o non li ripaghiamo, se sopravvissuti con l'assurdo conio d’un peccato grave, mortale per davvero... nutrendoli con l'odio! Ecco, Dio con la sua Mamma, né piange né sorride... ride, ride, ride! Noi, sul viso abbiamo il loro stesso riso felici d'una terra in paradiso senza più né ex voto, né strane apparizioni senza santi nelle processioni ché santo è sia ciascuno sia nessuno mentre il vero santo tra di noi, è sempre e solo Uno senza più cilici, né altre penitenze e dove ormai non serve nessuna religione però portiamo al collo con orgoglio e siamo a nostra volta non la croce... bensì un bell'aquilone!
Dio, non ti rabbuiare: sei grande, grande, grande... ma in parte dipinto come un nano per quanto, ed è un mistero che t'è tale e quale sembra che tu sia tanto lontano perché le cose qui vanno assai male! A volte mi ritrovo senza fiato e non poter contare su di te... questo è un gran peccato! Dio, lo dico chiaro e tondo: per quanto grande sia la posta in gioco l'angoscia che sul serio, Tu sia nano e lontano con tutte queste grida, a dirmi che non sei neppure vero di crederti ed amarti per davvero no, non mi danno modo però ad amarmi amando sai bene che ci provo... ci provo... ci provo...
Osservo il cielo ad ovest, d'un nero che s'annacqua gradualmente
se migro con lo sguardo verso oriente.
Guardando sulla Terra dallo spazio
vedresti tra i due poli quella linea
che se attraversata ci conduce
da ovest dov'è il buio, ad est dov'è la luce.
Grazie al suo ruotare
sembra che la palpebra del mondo
tessuta con il nero dalla notte
s'apra piano piano per mostrare
un'iride diffusa, d'azzurro colorata
che ha delle pagliuzze d'altre tinte:
quel grigio e quel marrone, così come quel verde
propri tra due mari, delle terre emerse.
La luce, avanza senza sosta:
rimonta...
inonda...
ricolma...
esonda...
sormonta...
ridando ad ogni cosa la sua forma
a mo' d'un instancabile scultore
ridando ad ogni cosa il suo colore
a mo' d'un incredibile pittore.
Poi, negli occhi quel bagliore, rimbomba:
ecco comparire all'orizzonte
il disco fiammeggiante della vita, che di vita è fonte
ed io, non trovo le parole
per cantare il sorgere del sole
però come un bambino emozionato
grido a bassa voce dal profondo
grido, con il cuore in mano
a tutta quella vita che si desta
sulla curva linea del mio mondo...
un fervido buongiorno!
E certo d'energie non è uno spreco
se l'augurio mio, è padre o figlio d'una lunga eco
un'eco, che della linea segue il mezzotondo:
buongiorno... buongiorno... buongiorno...
Sarebbe un poco come se ogni uomo
invece di strisciare sulla terra, solo
in stormo...
s'alzasse ancora in volo... volo... volo...
La storia?
Un bruttissimo romanzo.
Un uomo?
Una lettera soltanto.
Solo una parola la famiglia
e quando nel duello con il tempo, vince?
Una frase solamente, diviene la sua stirpe.
Anche se si sforza
che ne può sapere, una lettera soltanto
di quello che c'è scritto nel romanzo?
Foreste sterminate di parole
a formare mille storie complicate
ad esprimere concetti esposti male
a scrivere d’idee
dietro barricate
se non dentro a trincee
da cui vanno all'assalto d'altre idee
a erigere sistemi di pensiero, astrusi
o assurdi fino al punto, da giustificare assurdi abusi!
Foreste sterminate di parole
celate nelle pagine voltate, lette dal passato
o in quelle da voltare, nascoste dietro un muro
spettanza del futuro.
Anche se si sforza
che ne può sapere, una lettera soltanto
di quello che c'è scritto nel romanzo?
Lei vive nell'istante, nel quale la sua pagina diventa
la pagina corrente
e a leggerla è il presente.
Dal punto in cui è stampata, a mo' d'una lanterna
che il buio finché illumina cancella
da un punto, d'un punto della Terra
si guarda tutt'attorno
ma angusto è il suo orizzonte
però come un novello Don Chisciotte
d'aver scoperto crede, qual è la pista giusta
e parte stando ferma
con la lancia in resta
ignara che per giunta
insegue scioccamente quella pista
perché non ne ha che uno, dei più punti di vista.
Anche se si sforza
che ne può sapere, una lettera soltanto
di quello che c'è scritto nel romanzo?
Però può fare altro:
cambiare la sua forma
cambiarla sì ma ad arte
togliendo il senso o dando un senso opposto
almeno a una parola se è cattiva, a quella di cui è parte
così che la parola muti in dono
o se non altro non rimanga d'uopo
chiedere perdono.
No, è una negazione
do invece trasmissione
non è che di violenza
sinonimo cannone
di musica e parole
invece lo è canzone
sta la morte al nulla
così come la vita sta a una culla
e se non c'è un Lettore
ma legge solo il tempo, uno in tre persone
se non c'è un Lettore
che forse grazie a lettere sparute
lì a rendere il romanzo un po' più buono
gli risparmi il fuoco
esista per lo meno, qualche letterina mutaforma
che della propria pagina di storia
renda più d'agnello che di lupo, seppure appena un poco...
l'orma.
Così la cavallina
storna
a casa porti un’altra e un’altra volta…
colei che per miracolo ritorna!
Torna letterina
torna:
tu non divenga mai lettera morta.
Torna letterina
torna
per qualche letterina mutaforma
che cambia e da te il male
storna.
Torna letterina…
torna!
Vedere vorrei anch'io un'alta marea
che allaga controvoglia, degli occhi da fanciulla
per quanto dilatando quello sguardo
e scala giocoforza, la diga delle ciglia.
Vedere vorrei arrendersi il pudore
con cui per non cadere, ad esse la sua lacrima s'appiglia
lacrima sorgente
d'un breve quanto placido torrente
eppure impetuoso, e lungo mille miglia
che scende, scende, scende...
sembra non volersi mai fermare:
è acqua
ma poco dopo sale.
Vedere vorrei a un lato della bocca
la lacrima arenarsi, a mo' di quella goccia
che cade e dopo scorre, al centro d'una foglia
costretta da pianura a farsi conca.
Se fossero le labbra tale foglia…
sì, che sia sempre così!
Dio, quanto ne avrei voglia.
Vedere potrei grazie a questa pioggia
sparire il segno meno
davanti all'equazione della bocca
e un arco disegnarsi capovolto
nel cielo del suo volto.
Sparisci segno meno
così che si dispieghi d’improvviso
splendido un inverso arcobaleno
nel cielo del suo viso:
il magico sorriso...
visione d’un terrestre paradiso!
Dio, quanto ne avrei voglia
che non di sofferenza, la lacrima portasse la novella
bensì a lavare via tutto il dolore... della gioia!
Lì proprio vorrei stare
degli occhi da fanciulla liberati, sulla soglia
allora mi direi:
“Che sia stato o meno proprio io
ad essere il latore della gioia
no, proprio non m'importa”.
Però, perché resti felice quello sguardo
poi parte farei della sua scorta
perciò, Dio dammi la forza:
Cesare non sono
bensì ben altro uomo.
“Veni, vidi…
vici”?
Solamente se, occhi da fanciulla
da allora tu sorridi.